Il secolo breve, il Ventesimo, così definito dallo storico Eric J. Hobsbawm, a causa dei tanti accadimenti che lo caratterizzarono, se comparato a questo scorcio di millennio, con i suoi fenomeni sociali economici che si susseguono con rapidità straordinaria, forse perderebbe quel primato temporale. Cambiamenti che contribuiscono a modificare il campo delle conoscenze che cresce con ritmo incalzante portando questa nostra contemporaneità ad incontrarsi con la terza rivoluzione industriale, i processi della transizione energetica e un mutamento antropologico nella costruzione delle relazioni.
Alla luce di questi eccezionali mutamenti che segnano la vita nei suoi aspetti individuali e collettivi, l’atto di “saper orientare” le nuove generazioni deve sempre più contraddistinguersi nel sapere aiutare i giovani ad imparare a scegliere, ossia a sapersi porre consapevolmente di fronte alla realtà che li circonda e saper selezionare in modo più autentico i propri interessi, nella consapevolezza dei valori di partecipazione e responsabilità.
In causa è chiamata la pedagogia per il fare, capace di coniugare l’arte di educare con l’insegnamento; aspetto quest’ultimo che dipenderà non esclusivamente dalla tecnica o dalle esperienze che si ritengono scientifiche, ma dal concetto che si ha dell’educazione. In tal senso prende forma la figura che rende l’allievo protagonista e costruttore dei suoi apprendimenti. Richiamandoci dunque al valore di una nuova pedagogia e al senso di un rinnovato sistema di istruzione da cui ripartire per affrontare le sfide che attendono questa società.
La proposta di Aldo Visalberghi stimola gli studi di epistemologia pedagogica di tutti gli anni Ottanta e Novanta, sostenendo con essa l’importanza di accrescere una più appropriata scienza dell’insegnamento. I termini chiave di tale dibattito sono quelli di Criticità e di Formazione. Il primo propone la pedagogia come riflessione critica sulla formazione, ovvero come disciplina che ci aiuta a capire gli aspetti impliciti e latenti di ogni atto educativo; il secondo riconosce che la pedagogia non si limita allo studio dell’istruzione scolastica per soggetti in età evolutiva ma si occupa di un processo, la formazione appunto, che riguarda l’intero arco della vita.
Senza certamente dimenticare gli apporti di Gregory Bateson, Edward H. Carr, Jean Piaget, Lev Semenovic Vygotskji e molti altri ancora, tra gli autori che hanno contribuito all’emancipazione della pedagogia e al suo costituirsi come disciplina autonoma non solo teorica ma anche sperimentale. John Dewey, uno dei più grandi pedagogisti del Novecento, in particolare nel testo “Le fonti di una scienza dell’educazione ” scritto nel 1929 ma pubblicato in Italia solo nel 1952, afferma che:
• la pedagogia è una disciplina scientifica, ovvero che può utilizzare i metodi delle scienze sperimentali pur riconoscendola complessità dell’evento educativo e la sua irriducibilità ad una mera catena di cause-effetti;
• La pedagogia intrattiene rapporti significativi con le altre scienze dell’educazione (filosofia, psicologia, sociologia dell’educazione) che si presentano come fonti speciali per comprendere l’accadere educativo.
In tale prospettiva, diventa un obiettivo imprescindibile la formazione dei giovani che, oltre a possedere connotati intellettuali etici e sociali, dovrà evidenziare una valenza nazionale con forti riflessi sul terreno politico e sociale. Sarà attraverso una efficace contaminazione fatta di tradizioni e di tanti patrimoni storico-artistici, etici e giuridici, che l’identità dell’Europa potrà trovare il suo compimento.
Nel solco della concezione epistemologica tracciata, la pedagogia moderna intrattiene rapporti significativi con le altre scienze dell’educazione (filosofia, psicologia, sociologia dell’educazione) che si presentano come fonti speciali per comprendere l’accadere educativo.
Nel settore psicologico, sociologico, metodologico-didattico e dei contenuti la nuova educazione riferita a soggetti in età evolutiva, non si occupa soltanto degli apprendimenti ma plasma il processo di formazione per l’intero corso della vita. Una pedagogia che intrattiene rapporti con le altre scienze dell’educazione e sempre più incentrata a comprendere l’accadere educativo nella sua completezza. Ed è partendo da questi assunti che sarebbe improduttivo oggi comprendere e orientare il fare educativo senza tutti quei contributi che scientificamente consentono di procedere all’interno di un sistema circolare.
Una premessa necessaria per comprendere come sia necessario, oggi più che mai, che le scienze deputate a sostenere le professioni d’aiuto, contribuiscano alla costruzione del mosaico qual è il complesso universo di una coscienza in evoluzione e procedere senza ignorarsi ma contaminandosi in un confronto costante, utilizzando strumenti adeguati e adatte metodologie.
Ma ancor prima di avviare una riflessione sui mutamenti che interverranno e che modificheranno il senso del successo scolastico, è necessaria una premessa soprattutto alla luce di quanto la pandemia che ci ha attraversato, e non ancora alle spalle, ha decretato in tempi estremamente brevi.
Una bolla temporale che ci ha condotto verso drammi dolorosi e trasformazioni repentine che forse avrebbero dovuto attendere chissà ancora quanto tempo per attuarsi. Questo evento ha avuto la capacità di far deflagrare problematiche in diversi punti deboli della nostra società, velocizzando pratiche necessarie e apportando modifiche alla nostra vita di relazione e all’uso sempre più evidente delle tecnologie informatiche. L’isolamento fisico a cui siamo stati obbligati, ha consentito a milioni, tra studenti e insegnanti, di riuscire a procedere nella didattica a distanza adeguandola ad un sistema di istruzione che non l’avrebbe mai data per scontata. E invece in pochi mesi, anche tra le tante difficoltà e incertezze, la scuola ha saputo confrontarsi con le necessità dettate dal cambiamento, mantenendo un vincolo determinante con gli studenti e le loro famiglie. Non sono certo mancate le criticità come l’impossibilità per circa mezzo milione di studenti di beneficiare a pieno dell’informatizzazione sul territorio o una rete ancora spesso non perfettamente stabile ed efficace. E la povertà culturale specialmente in alcune aree del Paese ha marcato ancora la differenza. Ciò nonostante la Scuola ha attraversato un guado importante che le consentirà di aderire alle necessità future, mettendo a frutto l’esperienza maturata in questi anni di lockdown.
Alla luce di questa esperienza si può affermare che la Scuola sia entrata nelle case e non il contrario, come normalmente siamo abituati a viverla. Si è evidenziato il bisogno di rinnovare spazi e tempi dell’attività scolastica che gioco forza si sono dovuti adattare alle regole dettate dal virus. Ma il sistema ha retto, pur nelle incertezze menzionate e la DaD (didattica a distanza) ha evidenziato, nelle necessità dettate dal momento, alcune fragilità del processo didattico. Traghettandoci in un periodo complesso e al contempo consentendoci di esprimere considerazioni sul valore della relazione e sul contatto emotivo che si innesca attraverso la didattica in presenza e all’interno dell’universo classe. Evidenziando dunque l’imprescindibilità dell’azione educativa e strutturante che si origina nella dimensione del rapporto insegnamento-apprendimento; tutelando e rafforzando la relazione studente-insegnante, sollecitando la motivazione e l’entusiasmo che si genera dal “fare scuola”.
La difficoltà ha anche evidenziato aspetti quali la complessità del ruolo insegnante e le tante fragilità che lo attraversano. Spesso nei Consigli di classe condotti in tempo di pandemia, molto insegnanti non si soffermavano a riflettere sul senso di smarrimento e regressione degli studenti e della fatica a impostarsi in un modulo così stringente e in tempo così complesso. L’impressione che se ne ricavava è che molti di loro, al di là del notevole impegno profuso (e una certa saturazione raggiunta a causa dello stress da frustrazione acquisito durante la DaD), siano rimasti legati al profilo della classe e alle lezioni in presenza. Richiedendo il massimo ai loro studenti e impostando giudizi come se nulla fosse cambiato. In un contesto di grave emergenza in cui occorreva invece adeguarsi con ben altra tolleranza. Impensabile immaginare pochi mesi prima che un tale scompaginamento avrebbe condotto verso modifiche istantanee ed efficaci! L’impressione ricevuta dialogando con molti colleghi e che vi fosse in molti la necessità di aderire in primis agli obblighi dettati dal ruolo dimenticando però che in ogni studente possono celarsi dimensioni sconosciute; fragilità che certamente nel periodo di lockdown hanno trovato meno sponde al loro dilagare. E la scuola per molti di loro rappresenta proprio quella sponda, importante e necessaria affinché non si disperda la motivazione ad apprendere né si contaminino le suggestioni con le quali, giorno dopo giorno in quella classe ogni giovane si misura con le proprie difficoltà e la voglia di crescere. L’emergenza dettata da questo periodo, che rileva anche in questi ultimi mesi la preoccupazione per gli esiti della guerra in Ucraina, segna profondamente le emozioni di giovani e adulti; negli studenti ha provocato grandi forme di inquietudini che a volte sono sfociate in atti di autolesionismo anche gravi, generando un significativo decadimento della motivazione ad apprendere.
Ora occorre varcare alcune soglie per consentire al sistema di istruzione di progredire; l’applicazione di un modulo di scuola diffusa su cui in questo ultimo periodo si sta ragionando può consentire alla scuola di essere tale anche al di là delle sue mura. Utilizzando spazi diversi e risorse presenti su ogni territorio. Inoltre anche una diversa applicazione dell’orario con moduli più flessibili potrà garantire un utilizzo del tempo più efficace. Modifiche sostanziali ad una idea di scuola che favoriscano un modello di insegnamento-apprendimento più rispondente alle accresciute necessità, non più eludibili e che la trasformino in una reale comunità educante.
Professionalità docente e intenzionalità educativa
Il processo chiama in causa docenti, dirigenti scolastici, studenti e genitori, riconoscendo la diversità dei loro rispettivi ruoli e la loro complementarietà. Ed è proprio in relazione a questa capacità di costruire nuove relazioni che diventa essenziale per la scuola la ricerca di un attento coinvolgimento delle famiglie, al fine di favorire il successo scolastico di ogni studente.
La formazione dei genitori, la crescita della loro consapevolezza dei problemi e la partecipazione alla vita della scuola rappresentano pertanto gli aspetti attraverso i quali sviluppare un rapporto nuovo che contribuisca ad aumentare le competenze e le sensibilità pedagogiche dei genitori e nel contempo favorisca la crescita dell’intero sistema scolastico-educativo.
Oggi più che mai la scuola è dunque chiamata ad agire in un ambiente non isolato e che si configura come sistema complesso e articolato, connotato da esigenze contrastanti. Sarà pertanto anche attraverso un’attenta sensibilizzazione del mondo degli adulti che potranno incentivarsi nuove e più efficaci forme di dialogo e di relazione inter e intragenerazionale. Si avverte fortemente la difficoltà dell’adulto a potersi confrontare con i giovani di oggi, quasi un arretramento della sua responsabilità educativa che non gli consente sino in fondo di farsi carico delle problematiche che affiorano oggi come punti di un iceberg. Un arcipelago giovanile denso e multistrato con le sue innumerevoli contraddizioni e complessità gravi che spesso lasciano l’adulto referente senza una risposta o ancor peggio con una risposta stereotipata e dettata dalla necessità di aderire a modelli pseudo genitoriali alquanto sterili. E tra le tante urgenze si profila come una delle necessità più impellenti proprio quella che contribuisca a riedificare un’educazione dell’intelligenza emotiva e una più raffinata pedagogia delle emozioni. Il cambiamento deve avvenire attraverso un modello culturale che sappia aderire ai bisogni della nostra società che troppo spesso invece annovera fallimenti proprio nei comparti più strategici per la formazione della persona e del cittadino di domani: scuola e famiglia.
Troppe ancora le differenze tra sforzi compiuti e risultati raggiunti; gap che anche in termini economici appare spesso negativo e che evidenzia una inadeguata propensione verso gli investimenti volti nella direzione della professionalizzazione degli insegnanti e nei progetti di innovazione didattica.
A fronte di una endemica povertà di formazione pedagogica (eccezione fatta per i primi livelli di scolarità e, forse, per questo non a caso sono quelli in cui reggiamo bene il confronto a livello internazionale), sembrava giunto finalmente il momento di una svolta: l’istituzione di una scuola pensata per professionalizzare gli insegnanti.
E’ presto per fare bilanci, ma le previsioni non sono incoraggianti. Nonostante la fatica e l’impegno prodigati da molti per dare corpo ad una fase che prometteva di essere molto innovativo, la scarsezza delle risorse di ogni tipo (umane, logistiche, economiche ecc…) e gli equivoci del dettato normativo incidono in maniera spesso negativa sulla reale possibilità per la scuola di aderire con efficacia alle richieste di questo millennio. Così come richiamare l’attenzione ai bisogni non sempre riconosciuti nell’ambito del sostegno appare altresì necessario. L’erosione dei diritti di tale categoria di insegnanti e la subalternità economica a cui questo delicato settore è stato sottoposto privando spesso dei diritti fondamentali gli stessi studenti, è stata una costante in questi ultimi anni. Insomma permane ancora quell’italico principio di cautela che rallenta l’innovazione e ci condanna ad una retroguardia che non consente al nostro sistema-paese di procedere più speditamente.
Siamo tutti consapevoli delle urgenze e delle sfide che provengono dai processi di globalizzazione della società e di mondializzazione della cultura. Altresì ci rendiamo conto come tutto ciò abbia una pesante ricaduta sulla richiesta di nuove competenze professionali degli insegnanti.
Assistiamo in questi ultimi anni ad un fenomeno eccezionale che ci rimanda ad aspetti su cui occorre riflettere attentamente e che rappresenterà un nodo fondamentale della politica scolastica nel prossimo futuro. Scende il numero di studenti italiani iscritti nelle nostre scuole (- 115 mila), mentre sale quello degli alunni stranieri (+ 19 mila) facendo registrare un incremento annuale del 2,2% e di circa il 25% nell’ultimo decennio: un trend in continua crescita considerando che alla fine degli anni ’90 gli studenti stranieri erano poco più di 80mila! Oggi sono circa 900mila gli studenti della scuola italiana e oltre il 10% sono alunni appartenenti alle cosiddette “seconde generazioni”.
Dunque la scuola che verrà sarà sempre più a trazione multietnica e il tanto dibattuto “Ius Scholae”, in questi giorni in discussione alla Camera, rappresenta proprio il punto focale per avviare un nuovo progetto scolastico educativo. Forse i tempi sono maturi per una riforma sostanziale dei processi di cittadinanza e questo dibattito che ha come punto di riferimento l’orizzonte scuola, potrebbe rappresentare un primo segnale positivo di cambiamento. Sul tavolo il riconoscimento della cittadinanza italiana per i giovani con background migratorio nati in Italia o arrivati prima del compimento dei 12 anni che risiedano legalmente e che abbiano frequentato regolarmente almeno 5 anni di studio nel nostro Paese, in uno o più cicli scolastici. Promuovere l’integrazione e aprire ad un senso di appartenenza e partecipazione consentirebbe alla scuola di avvalersi di una conquista straordinaria che saprebbe rilanciarla come Comunità di Cittadinanza Globale.
Interrogarsi oggi sulle nuove dimensioni della professionalità docente, in presenza di mutamenti culturali e istituzionali radicali, appare cosa certamente complessa e impegnativa. Le riflessioni successive si soffermeranno a considerare alcune delle ragioni di senso che sostanziano il ruolo docente all’interno del sistema scuola.
Un punto da cui partire potrebbe considerare il principio della sensibilità e dell’intenzionalità educativa come fulcro insostituibile per consentire ad ogni insegnante di adempiere alla sua “missione” e che va ben oltre le competenze tecniche scientifiche ed operative di cui deve disporre. Si tratta di individuare ancora un quid unificante quale anima dell’essere docente che identifichi e promuova il suo ruolo educativo prima di tutto.
L’intenzionalità, nell’agire di chi educa, coincide con la responsabilità di promuovere la stessa responsabilità nel soggetto che riceve l’atto educativo. In tal modo la motivazione del primo è provocare nel secondo l’intenzione a porsi in uno stato da cui possa fluire attenzione e responsabilità. Proporre un progetto educativo e formativo oggi prevede competenze e tecniche precise perché devono rapportarsi in un universo giovanile e sociale assai più complesso dello scorso millennio. L’obiettivo è quello di realizzare un disegno di modernizzazione che dovrà essere garantito attraverso l’innovazione didattica e la definizione di processi formativi di alta qualità, nonché favorendo l’apprestamento di investimenti nella professionalizzazione dei docenti. Valorizzando il ruolo e riconoscendone le diverse ed articolate professionalità; investendo stabilmente in relazione all’articolazione delle funzioni svolte e che si concretizzano nel riconoscimento di un diverso impegno professionale, sia rispetto al tempo di lavoro sia in relazione all’arricchimento del profilo professionale.
-Quello che si vuole prendere in considerazione intende sostenere il principio della sensibilità educativa che consente ad ogni insegnante di adempiere alla sua “missione” e che va ben oltre le competenze tecniche scientifiche ed operative di cui deve disporre. Carl Rogers afferma che la valenza del processo educativo è rappresentata dalla relazione insegnante-allievo, determinata dalla stima e dal rispetto reciproco e condotta dal senso di autenticità che l’insegnante esprime in ogni momento del suo lavoro. Egli inoltre considera come fondamentale, per il buon esito del rapporto, non tanto il contenuto culturale di cui dispone l’insegnante, quanto l’acquisizione dell’abilità di ricercare, di documentarsi, di osservare, di confrontare dati, in breve di “imparare ad imparare”. L’insegnante diventa in questo modo “facilitatore” dell’apprendimento, contribuendo a creare nel gruppo classe un clima di collaborazione e di sana competitività.
La letteratura psico-pedagogica indugia spesso su analisi delle condizioni socio-ambientali che caratterizzano il vivere personale e collettivo. L’immagine che emerge disegna una umanità scarsamente soddisfatta e non contraddistinta certamente dall’entusiasmo. Gli aspetti che maggiormente ne denotano una tale tendenza si legano alla scarsa fiducia nelle sue potenzialità, al prevalere di atteggiamenti contrassegnati da insopprimibile tendenza al disimpegno, alla difficoltà di recupero dei soggetti segnati da esperienze negative pregresse ecc… Queste valutazioni, diffuse e per lo più condivise, non si sa se per comodo o per convinzioni preconcette, sono frequenti anche nel corpo insegnante.
Appare un dovere fondamentale inerente all’ethos professionale dell’insegnante veicolare un’idea affermativa d’uomo. Ciò non vuole dire idealizzare la condizione umana ma ritenere indispensabile non rinunciare, per chi decide di impegnarsi a favore della crescita dell’uomo, a credere in lui e a confidare nella “forza debole” dell’educazione, come sostiene Edda Ducci, quale mezzo utile per far esplodere energie positive. In altre parole non è onesto accettare la responsabilità di svolgere un compito in cui non si crede.
Il punto fondamentale risiede dunque nel sostenere le potenzialità di cui può beneficiare il senso di “alterità”. Come energia vitale di cui può disporre ciascun essere e con la quale ciascun insegnante deve costruire e rafforzare le capacità educative del suo ruolo.
Il nuovo senso del fare scuola oggi non può rimanere centrato unicamente sull’aspetto cognitivo ma è sempre più spesso connesso con le qualità relazionali e comunicative della persona nel suo fare pedagogico.
E’ evidente che la relazione e la comunicazione con l’altro ci portano a dover ascoltare altri componenti dell’essere e a trovare una presa di contatto più profonda. L’empatia può essere quella bussola che ci può aiutare ad orientarci nei delicati e complessi meandri dei processi mentali. Comprensione empatica dunque come capacità di apprendere confrontandosi e partecipando al mondo degli altri senza confondersi con esso.La situazione empatica viene così a trovare un suo duplice significato, sia come esperienza diretta del superare la distanza dall’altro, sia come rappresentazione della relazione con una sua efficacia strutturante. Morin ci mette nella condizione di approfondire questi aspetti quando parla dell’educare alla comprensione come processo cruciale nella formazione dell’individuo. Comprensione dell’umano in senso intersoggettivo, non solo nel tentativo di darsi delle spiegazioni degli eventi ma nel senso di interrogare l’altro ad un coinvolgimento interiore che richiede attenzione e partecipazione. Nel suo intendimento è presente il richiamo per ogni essere umano alla possibilità di identificarsi con l’altro e quindi di raggiungerlo in tutta la sua profondità attraverso i processi di empatia, di identificazione e di proiezione. Carl Rogers come Celestin Freinet, ravvisano nella fiducia e nel potenziale dell’altro la base per qualsiasi relazione costruttiva in campo terapeutico ed educativo. In questo modo la relazione adulto-docente e giovane-allievo a scuola si interseca in un crocevia di problematiche dove la funzione docente non è solo un puro fare per gli apprendimenti ma si articola in una complessità educativa più profonda.

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